L’agenzia – Capitolo 1

NATT – National Agency of Time Travels

La 54esima scorreva lenta e macchinosa. Per quanto si sforzasse, Nathan non riusciva a dare alla bicicletta un’andatura lineare. Era una vecchia ferraglia recuperata in mercatino, John aveva letto sui giornali che presto sarebbero usciti nuovi modelli, così era riuscito a convincere il mercante a fare un ulteriore sconto al già misero prezzo per una bici così vecchia. A completare l’opera ci aveva pensato Nathan, che aveva approfittato della propensione del fratello minore alla conversazione per smontare di nascosto un pedale e tagliare il filo del freno posteriore. Alla luce di quei danni, i fratelli Blue portarono la bicicletta a casa senza lasciare neanche un centesimo nelle mani del mercante. 

Il mezzo avanzava a singhiozzi seguendo le pedalate di Nathan, John sedeva sul sellino con le gambe a penzoloni, reggeva con entrambe le mani due buste pesanti che poggiavano sulle sue spalle.

«Nathan, puoi svoltare alla prossima?» chiese John.

«Certo» rispose Nathan sorridendo.

Era un tardo pomeriggio di ottobre, l’umidità e il freddo penetravano senza difficoltà attraverso l’esile tessuto dei loro vestiti. John rabbrividiva ad ogni folata di vento. 

La bicicletta virò e la leggera pendenza della strada le fece prendere un po’ di velocità, l’aria adesso irrigidiva ogni lembo di pelle scoperta.

John spostò la testa per vedere oltre le spalle del fratello, in fondo alla strada si scorgeva appena la biblioteca di quartiere. John conosceva a memoria la catalogazione dei libri, era stata una delle prime cose che aveva imparato quando aveva iniziato a frequentarla. Non gli sembrava vero di avere a disposizione, gratuitamente, tutti quei libri. Da qualche mese, si era messo in testa di leggerne il più possibile e aveva iniziato dalla sezione “storia”.

Nathan arrestò la bici di fronte la biblioteca e si fece più avanti, quel tanto che basta da consentire a John di scendere. 

«Perché ti sei fermato?» chiese John rimanendo al suo posto.

«Avanti» rispose Nathan, «vai. Lascia a me le buste, ci vediamo a casa. Non fare tardi.»

«Ma devo aiutarti con questi» rispose John indicando le buste.

«E lo farai. Te ne lascio qualcuno. Vai, a te piace leggere e studiare: fallo ogni volta che puoi.»

John salutò il fratello maggiore, poi lo vide allontanarsi oscillando con le buste appese ai lati del manubrio. 

La biblioteca era buia, vuota, silenziosa e accogliente come la ricordava. Superò la signora Thompson all’ingresso e si diresse sicuro verso il corridoio dedicato ai libri storici. John passeggiò un paio di volte di fronte agli scaffali, passò la mano sul dorso di alcuni titoli che lo interessavano di più, ne sfogliò alcuni respirando a pieni polmoni quell’odore di muffa e carta ingiallita. Il mondo correva sempre più veloce e il suo unico desiderio era quello di conoscere storie e avvenimenti del passato.

John rientrò a casa poco prima dell’ora di cena, Kate e Rachel gli andarono incontro sorridendo, le salutò accarezzandole sulle guance. Il tepore della loro pelle era piacevole, ma le due sorelle si ritirarono di scatto.

«Freddo! Freddo! Freddo!» dissero ridendo.

Nathan aveva lasciato le buste all’ingresso, al loro interno i vecchi giornali raccolti in giro per il quartiere erano dimezzati. John ne prese una pila e iniziò a leggerli.

Martha Blue era una donna appesantita più dalle fatiche di essere madre di quattro figli che dagli anni che aveva vissuto.

La donna posò una coperta sulle spalle di John e gli diede un bacio sulla guancia.

«Dove sei stato? Fa freddo» disse allarmata.

«In biblioteca» rispose John.

«Ma non dovevi aiutare tuo fratello?»

«Lo ha fatto ma’» intervenne Nathan, «gli ho detto io di andare. John deve studiare e andare via il prima possibile da questo buco chiamato Brooklyn.»

«Non voglio andare via» mentì John, «non vi lascerò soli.»

«Puoi anche andare dall’altra parte del mondo, ma non ci lascerai mai soli» concluse la madre.

John ripensò alle lettere che aveva inviato, all’attesa per quel responso che avrebbe potuto cambiare la sua vita. Ai sacrifici ai quali avrebbe costretto la sua famiglia per permettergli di studiare all’università. A quanto la sua assenza avrebbe pesato su Nathan, Rachel e Kate. Continuava a ripetersi che, se avesse studiato e ottenuto un lavoro qualificato, sarebbe stato molto più utile per la sua famiglia. Doveva pensare sul lungo periodo, immaginare il futuro.

I giornali erano vecchi di giorni, alcuni di settimane. John lesse avidamente tutte le notizie ormai passate, era l’unico modo che aveva per conoscere fatti e avvenimenti più vicini al suo presente. Quello che gli esperti avevano ribattezzato il “giovedì nero” continuava ad avere pesanti conseguenze sull’economia dell’intera nazione e, nelle settimane che sarebbero seguite, anche nel resto del mondo.

Alla Grande Guerra era seguito un periodo nel quale tutto sembrava possibile, ma ora gli Stati Uniti stavano sprofondando in una spirale depressiva dalla quale sarebbe stato difficile uscire.   

Una volta terminata la lettura, John prese i giornali e completò il lavoro iniziato da Nathan. Erano rimaste le finestre della sala e della cucina, John accartocciò le pagine e le sistemò tra gli infissi vecchi e traballanti, mitigando l’ingresso di aria fredda da fuori. I fogli che avanzavano li lasciò nell’armadio dove tenevano i vestiti. Avrebbero fatto comodo per le notti più rigide, come rinforzo sotto le maniche.

Carlton Blue rientrò pochi minuti dopo che John terminò quella mansione. Aveva i vestiti unti e sporchi di grasso, gli occhi stanchi e felici. 

La famiglia Blue si sedette a tavola e consumò la cena in pochi minuti.

«È arrivata qualche risposta?» chiese Carlton al secondo dei suoi figli.

«No» rispose sconsolato John, «nulla.»

John non seppe decifrare la reazione del padre. La sua faccia sembrava triste e un po’ rassegnata, mentre il suo ventre si sgonfiò in un sospiro che appariva di sollievo.

«Vedrai che arriveranno» disse poi stringendo il braccio di John.