
Peter Allan David è uno scrittore e sceneggiatore di fumetti. Tra le sue storie più amate, spiccano quelle di Hulk, Spider-Man, Supergirl e Aquaman.
Il suo primo incarico per la Marvel Comics fu di impiegato amministrativo. E tale sarebbe dovuto rimanere, se non fosse stato per la sua tenacia e voglia di affermarsi come sceneggiatore.
Indice
L’infanzia di Peter David
È il 1961, siamo nel piccolo salone di un barbiere di Fort Meade, nella Contea di Anne Arundel in Maryland.
Peter ha cinque anni e sta guardando delle riviste che cambieranno per sempre la sua vita, anche se ovviamente non può saperlo.
Si tratta di fumetti della Harvey Comics, un editore nato negli anni Quaranta che in un primo momento aveva seguito l’onda dei supereroi, per poi virare negli Cinquanta verso il fumetto comico-umoristico, antesignano dei classici cartoni animati. I suoi titoli di punta erano Casper The Friendly Ghost, Richie Rich e Wendy the Good Little Witch.
Peter resta folgorato dai disegni, da come riescono ad animarsi nella sua testa grazie alla sequenzialità, e dalle storie: da come quelle poche pagine riescano a raccontare così tanto.



I fumetti entrano nella vita quotidiana di Peter: ovviamente quelli della Harvey Comics, ai quali si aggiungono subito quelli della Disney.
Peter legge molto, ma guarda anche molta TV. Tra i suoi programmi preferiti spicca Adventures of Superman, serie televisiva degli anni Cinquanta con George Reeves nei panni del celebre supereroe. Quando al termine di un episodio del serial Peter nota la dicitura “basato sul personaggio dei fumetti della DC Comics”, scopre il mondo dei fumetti di supereroi.
Purtroppo per lui, papà Gunter e mamma Dalia sono contrari a quel tipo di letture. Non ci vedono nulla di eroico nei supereroi, soprattutto quelli di casa Marvel. Dopotutto, Spider-Man ha come animale totemico un ragno, non certo l’emblema dell’eroismo nel mondo animale. Poi c’è Hulk, che altro non è che un gigantesco mostro di rabbia.
Peter smette così di leggere supereroi. O meglio, fa credere ai genitori di aver smesso, ma continua a comprarli in segreto.

Come capita a molti bambini, Peter sogna di fare il mestiere del padre. Gunter David è un giornalista e critico cinematografico, così Peter cresce a contatto con la scrittura e con le storie. Va spesso con il padre al cinema e, mentre Gunter scrive le sue recensioni per il giornale, Peter butta giù le sue impressioni personali.
Gunter legge sempre ciò che scrive Peter e, piano piano, inizia a includere nelle sue recensioni pezzi di quelle del figlio. Sembra che Peter abbia qualcosa da dire.
La maturità e la scelta professionale
Peter cresce e la passione per la scrittura cresce con lui. Apparentemente ha perso interesse per i fumetti, ma basta poco per riaccendere la miccia.
Il combustibile ha le fattezze di un albo con una copertina storica che vede Superman impegnato in un incontro di boxe. A tenergli testa su quel palcoscenico per lui insolito c’è Muhammad Ali.

Grazie a quella particolare copertina, notata tra le tante esposte in un’edicola, a Peter torna a leggere i fumetti.
Sono anni importanti per Peter, poiché sta provando a costruirsi una carriera come giornalista. Si è laureato alla New York University e ha avuto il suo primo impiego professionale presso il Philadelphia Bulletin come inviato a Washington per il World Science Fiction Convention.
Nonostante un inizio incoraggiante, le cose non ingranano. Peter prova così a virare verso la narrativa e nel giugno del 1980 pubblica un racconto sulla rivista di fantascienza Asimov’s Science Fiction, sembra essere il primo passo di una carriera come scrittore. Anche in questo caso, però, le cose non vanno come sperato.

Peter non si perde d’animo e continua a proporre articoli e storie, ma le risposte negative superano di gran lunga quelle positive.
La carriera da impiegato amministrativo
Un po’ sconsolato, decide di accettare un lavoro diverso: sempre a contatto con i libri, ma non da creativo. Viene assunto E.P. Dutton, un editore statunitense che sarà poi acquisito dall’olandese Elsevier.
Peter è assistente del caporedattore. Sostanzialmente, un segretario. Non è il lavoro che sperava di fare con la sua laurea in giornalismo, ma è un lavoro che paga le bollette. E resta comunque in orbita editoriale.
A differenza del Peter scrittore, la carriera del Peter amministrativo va bene e, dopo le prime esperienze, approda alla Marvel Comics.
Nella “Casa delle Idee” Peter incontra una delle persone fondamentali per la sua carriera: Carol Kalish, la Responsabile delle vendite, alla quale faceva da assistente.

Carol prende Peter sotto la sua ala, gli affida la distribuzione delle fumetterie e insieme rivoluzionano il rapporto tra editori e librerie. Carol Kalish, infatti, ha una chiara visione di come migliorare l’intera filiera dell’editoria, non solo su come vendere più fumetti Marvel. Il suo approccio vede i librai come partner commerciali, da aiutare a migliorare nel loro lavoro, cosicché a beneficiarne è tutto il comparto dell’editoria a fumetti. Marvel compresa.
Nonostante il suo ruolo, Carol vede la passione genuina di Peter per la scrittura e lo sprona sempre a non mollare quell’idea di farne la sua professione.
L’ostracismo in Marvel
Peter continua a proporre soggetti, stavolta direttamente all’interno della Marvel, ma non riceve né risposte positive né negative. Le sue proposte vengono semplicemente ignorate.
C’è infatti una divisione netta tra creativi e amministrativi. E i primi non vedono di buon occhio nessun tentativo di scavalcare quel recinto immaginario.
Il reparto vendite sotto la guida di Carol porta risultati e lei viene promossa. Si libera il posto di Responsabile vendite, che viene affidato proprio a Peter.
Per Peter aumentano le responsabilità, ma ricordando i consigli di Carol (e continuando a riceverne), non smette di scrivere.
L’esordio da sceneggiatore in Marvel: Spiderman – La morte di Jean DeWolff
È l’ottobre del 1985 quando esce il numero 107 della collana Peter Parker, the Spectacular Spider-Man. Si tratta di un numero importante perché qui inizia una miniserie che sarà molto apprezzata da lettori e lettrici e che, a distanza di anni, resta una delle saghe più amate di Spider-Man.

La miniserie si chiama La morte di Jean DeWolff e a firmarne i testi è Peter David. L’ “amministrativo” Peter è riuscito a varcare il confine e approdare tra i creativi.
A permettergli il salto è un’altra figura determinante in questa storia: Jim Owsley. Jim era da poco diventato editor capo delle testate di Spider-Man e, al contrario del suo predecessore e di altri suoi colleghi, non si fece scrupoli a leggere e approvare una storia di Peter.
Prima di Jim, l’editor capo di Spider-Man era Larry Hama, al quale Jim faceva da assistente. Capitava spesso che, entrando nell’ufficio di Hama, vi si trovasse il solo Jim. A quel punto quasi tutti, creativi e amministrativi, preferivano ignorare Jim e tornare in un secondo momento. Volevano parlare direttamente con il capo, non con un suo collaboratore.
Tutti, eccetto Peter. Per lui non faceva differenza chi si trovasse davanti. Per lui non c’erano gerarchie, solo persone e del lavoro da fare insieme.
Con ogni probabilità Jim veniva costantemente ignorato e scavalcato solo perché era “il numero 2” e non quello che prende le decisioni. Forse, però, c’è un altro motivo per il quale non veniva preso in considerazione dalla maggior parte dei colleghi: siamo negli Stati Uniti degli anni Ottanta e Jim Owsley è il primo editor di colore della storia del fumetto mainstream americano.
Una volta promosso a capo editor, però, Jim si ritrova circondato da colleghi che lo trattavano come se fosse il loro migliore amico. Gli stessi colleghi che fino a qualche settimana prima facevano di tutto per scavalcarlo.
Jim si ricorda che un amministrativo lo ha sempre trattato bene, proprio quel Peter David che osava tentare incursioni nel mondo dei creativi con i suoi soggetti.
Jim legge una proposta di Peter per Spider-Man, la trova valida e mette in produzione la storia.
La morte di Jean DeWolff narra l’uccisione del capitano DeWolff, agente di polizia, alleata e amica di Spider-Man.
Si tratta di una storia lontana dai classici canoni dei supereroi: Jean DeWolff trova una morte decisamente poco gloriosa all’inizio della storia. Viene uccisa nel suo appartamento dal Mangiapeccati, un vigilante psicopatico, non certo un antagonista dai poteri sovrumani.
La miniserie porta Spider-Man (insieme a chi legge) a riflettere sulla differenza tra giustizia e vendetta, oltre che a interrogarsi sulle differenze tra un supereroe e un vigilante.
Una storia che parla di eroismo, con protagonista proprio quello Spider-Man che Peter da piccolo non poteva leggere, perché considerato poco eroico.
La morte di Jean DeWolff è un successo di critica e vendite.
Per Peter è fatta: inizia a scrivere regolarmente su Peter Parker, the Spectacular Spider-Man.
Il ritorno all’ufficio vendite
La nascente carriera da scrittore di Peter, però, subisce un nuovo arresto. Jim Owsley, infatti, nonostante l’avanzamento di carriera (o forse proprio per quello) inizia a ricevere sempre più pressioni da parte di sceneggiatori ed editor. Pressioni che avevano tutte un obiettivo ben specifico: Peter David. Non era un creativo e aveva invaso il loro campo.
Jim resiste poco più di un anno, poi è costretto a lasciare la Marvel. Oltre alle pressioni per le storie di Peter, non si trova d’accordo con le politiche editoriali, sta passando un momento personale molto difficile e si rende conto di vivere solo ed esclusivamente per il lavoro.
Con l’uscita di Jim Owsley, i soggetti di Peter tornano a non essere letti, nonostante un anno all’attivo come sceneggiatore del personaggio di punta della Casa delle Idee.
Peter torna a lavorare nel commerciale, finché non riceve una chiamata da Bob Harras, il nuovo direttore editoriale della Marvel.
L’Hulk di Peter David
C’è una serie che ha il posto di sceneggiatore vacante. Si tratta di uno dei personaggi più popolari della Marvel, uno dei primi creati dal genio di Stan Lee: L’incredibile Hulk.

Da anni Hulk viene costantemente abbandonato dagli sceneggiatori, che appena hanno un’opportunità diversa lasciano la testata senza troppi complimenti. Questo perché dal punto di vista narrativo, un gigante verde muscoloso che parla quasi esclusivamente a monosillabi non offre grandi spunti.
Forse per la prima nella sua vita, a Peter viene chiesto di scrivere una storia per la Marvel, non è lui a fare una proposta. Tutte le antipatie dei creativi verso gli amministrativi del colosso editoriale sembrano farsi da parte. A Peter sorge qualche dubbio, tanto più che le sue storie hanno i dialoghi come punto di forza principale. Cosa potrebbe far dire a un personaggio dal vocabolario estremamente limitato?
Allo scetticismo di Peter, Bob Harras risponde con due parole: carta bianca. Peter avrà la facoltà di portare il personaggio dove vuole, farlo evolvere, mutare, distruggere.
Hulk non lo voleva nessuno e nessuno voleva che Peter scrivesse sceneggiature. Personaggio e autore sembrano destinati a incontrarsi.
Ancora una volta, Peter si trova alle prese con un personaggio che gli era stato vietato da bambino.

Creato agli inizi degli anni Sessanta, Hulk è una riscrittura in chiave moderna de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Robert Louis Stevenson), con evidenti influenze anche da Frankenstein (Mary Shelley).
Protagonista è Bruce Banner, un brillante scienziato esperto in radiazioni gamma che lavora per l’esercito degli Stati Uniti. Durante il test di una bomba sperimentale, Bruce nota un ragazzo all’interno dell’area di detonazione e senza pensarci troppo lo raggiunge e lo mette in salvo. La bomba esplode e Bruce viene investito dai raggi gamma.
Da allora, ogni volta che Bruce è sottoposto a stress emotivo si trasforma in Hulk, un enorme umanoide dalla pelle verde (anche se nelle prime storie era grigia), dotato di una forza fisica straordinaria e di un’intelligenza limitata.
Peter David prende il personaggio e il suo concept ormai cristallizzato da anni di pubblicazioni e lo reinventa. Dopo alcuni numeri di rodaggio nei quali porta avanti e chiude le trame del suo predecessore, Peter introduce Mr. Fixit, una nuova versione di Hulk, più piccola e molto intelligente. Un Hulk che riesce a tenere imprigionato Bruce Banner dentro di sé.
Mr. Fixit è il primo passo di una vera e propria psicanalisi su Bruce Banner.
Peter scrive Bruce Banner come una persona affetta da sindrome di personalità multiple sviluppata anche a causa di un’infanzia difficile con un padre violento. Da qui le varie versioni di Hulk, che altro non sono che le personalità di Bruce che prendono corpo.

Un approccio al personaggio che ha fatto scuola e che è diventato uno dei cardini del gigante di giada.
Peter David scriverà le avventure di Hulk per 12 anni, diventando uno degli sceneggiatori più longevi su una singola testata di quegli anni.
Le sue storie di Hulk hanno lasciato un segno così importante sul personaggio che sono state fonte di ispirazione, negli anni, per tutti gli adattamenti cinematografici del gigante di giada.
Ormai affermatosi come sceneggiatore, Peter David scriverà tanti altri personaggi iconici della cultura pop come Spider-man, Spider-man 2099, Aquaman, i Teen Titans, Supergirl e X-Factor, oltre a romanzi ambientati nell’universo di Star Trek.
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